Camp, una recensione

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Cos’è il camp? Si potrebbe scrivere per ore nel tentativo di darvi una definizione compendiosa e completa di un fenomeno culturale che fa di tutto per non essere riducibile a una definizione compendiosa e completa. E allora, tra le varie definizioni convincenti, pesco quella di Mark Booth:

“To be camp is to present oneself as being committed to the marginal with a commitment greater than the marginal merits”

Un’altra caratteristica del camp è stata data da Susan Sontag (diverse le sue definizioni non condivisibili sul camp, ma questa fa significativa eccezione):

“The whole point of camp is to dethrone the serious. Camp is playful, antiserious. More precisely, camp involves a new, more complex relation to ‘the serious’. One can be serious about the frivolous, frivolous about the serious.

E se vogliamo creare un esempio nostro, pensiamo a ciò che molti critici indicano come l’icona del camp: una drag queen durante un suo show. La drag queen è, di solito, un uomo travestito da donna in un modo volutamente esagerato ed eccessivo, al fine di essere scambiato per donna a un primo sguardo, e riconosciuto come “uomo-travestito-da-donna” almeno a un secondo sguardo; quando una drag queen è sul palco (di solito di un locale glbt), intrattiene il suo pubblico (di solito in maggioranza glbt) offrendo battute che pescano nell’autoironia, nell’ironia, nel sarcasmo, raramente nel comico e nel grottesco. Queste battute sono pensate per far ridere il pubblico di sé, dell’omofobia, degli omofobi, del presente, della situazione politica e, perché no, anche della drag queen stessa. Tutto ciò ha, a mio modo di vedere, una chiara venatura d’impegno, perché lo scopo ultimo è di allietare una serata presso persone che, spesso, sono soggette a discriminazioni socio-politiche (o almeno così era negli anni Settanta negli USA, quando il fenomeno camp si è venuto identificando, e così com’è ancora oggi in Italia e in Medio Oriente).

Fabio Cleto mette insieme una vera e propria bibbia sul camp, un’antologia dove è possibile trovare tutti gli interventi più interessanti su questa branca dell’estetica queer. La quinta stella non scende solo perché speravo di trovare un brano anche di Moe Meyer, autore di “The Politics and Poetics of Camp”, che immagino sia in netto contrasto con le famose “Notes on Camp” di Susan Sontag, mentre invece l’ottimo Cleto riassume solo nella (bellissima e utilissima) introduzione iniziale il suo punto di vista.

In ogni caso, davvero un ottimo volume. Consiglio in particolare la lettura dei contributi selezionati da Isherwood, Sontag, Booth, Newton, Babuscio, Sedgwick, Ross e Butler.

Per chi non legge l’inglese (però ragazzi, non è lo swahili) consiglio anche i due volumi sempre curati da Fabio Cleto per la Marcos y Marcos, intitolati semplicemente “Camp”. Si trovano tradotti in italiano i più importanti contributi di questo reader, più altre chicche assolute, come un articolo di Gregory Woods sul camp italiano e un intervento di due dei miei critici preferiti, Giulio Iacoli e Massimo Fusillo, su “Camp e nuove situazioni picaresche”.

2 pensieri su “Camp, una recensione

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